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Un legume dimenticato ... la cicerchia

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di Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot, abilitare Javascript per vederlo   (Estravagario)

La cicerchia è un legume ormai dimenticato e scomparso dalle nostre tavole. A metà tra i ceci e le fave, assomiglia alla veccia e contiene nei suoi bacelli dei semi poco più grandi dei piselli, ma più schiacciati. La cicerchia ha origini molto antiche, arriva dal medioriente. Greci e Romani se ne cibarono. Per secoli in Italia ci si nutrì anche di cicerchie. I contadini la mangiavano quando avevano poco da portare in tavola: ne facevano una purea dopo che le cicerchie erano state bollite, saltate in padella con aglio e peperoncino. Si mangiava con pane duro spezzato in piccoli pezzi.

Oggi è coltivata solamente in alcune zone dell'Italia centrale in quantità limitate, mentre è diffusamente coltivata per il consumo umano in Asia e Africa orientale. È anche nota con il nome di pisello d'erba, veccia indiana, pisello indiano, veccia bianca, almorta o alverjón (Spagna), cicerchia (Italia), guaya (Etiopia), e khesari (India). Le Regioni Lazio, Marche, Molise, Puglia ed Umbria hanno ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, per le cicerchie prodotte in varie zone delle regioni stesse, il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale italiano.
Come tutti i legumi ha caratteristiche nutrizionali interessanti, sia per l’elevato contenuto di proteine e amido sia per la scarsa quantità di grassi. Buona la presenza di vitamine B1, B2 e PP, calcio, fosforo e fibre.
Si semina in primavera, all'inizio di aprile, e si raccoglie alla fine di luglio/inizio agosto; non ha bisogno di colture particolari, cresce anche in condizioni difficili, resiste alla siccità, si adatta a terreni poco fertili e a temperature basse. E' detta coltura di assicurazione poiché fornisce un buon raccolto quando le altre falliscono. Oltre a essere un alimento saporito, si può conservare secca per un periodo di oltre due anni. Essendo una leguminosa è in grado di fissare l'azoto atmosferico grazie a una simbiosi con batteri azoto-fissatori presenti nelle radici, a tutto vantaggio della fertilità del terreno.
Anticamente "aver mangiato le cicerchie" sostituiva il detto "aver le traveggole": si credeva infatti che questo legume causasse problemi alla vista, forse perchè non le si metteva in ammollo prima di consumarle o perchè non le si cucinava il tempo necessario per elminare la latirina, una sostanza tossica che può essere nociva al sistema nervoso (in caso di abuso!).
La cicerchia ha ottime caratteristiche organolettiche. Dopo averla tenuta in ammollo per 12 ore (meglio ancora 24 ore) ed aver scartato l'acqua, si cuoce per un'ora e mezzo. si può quindi esaltarne il gusto con un buon soffritto di cipolle, o se si preferisce la tradizione, si può accompagnare con generose tagliatelle tirate a mano oppure renderla protagonista di una zuppa saporita.  Ottima in insalate con sedano e carote, è apprezzabile anche se la si mangia senza alcun accompagnamento.

Tra le ricette che proponiamo ad Estravagario, spesso ne facciamo uso in zuppe, primi piatti come sugo per la pasta o in contorni. La cicerchia che utilizziamo proviene da un piccolo coltivatore biologico del nostro appennino.